Novità dal PIME

Mondo e Missione

«Filippine: uccisi dalla miniera, non dall’uragano» (mar, 18 set 2018)
Mentre continua a salire il bilancio delle vittime della frana causata dal super tifone Mangkhut, padre Edwin Gariguez della Caritas filippina punta il dito contro la miniera che operava nella zona: «Quando l’anno scorso è stata ordinata la chiusura ha subappaltato l’attività ai piccoli cercatori d’oro anziché risanare l’ambiente»   Nella parte settentrionale dell’isola di Luzon nelle Filippine è salito a quota 74 il bilancio dei morti causati dal super tifone Mangkhut sulle montagne di Itogon nella provincia di Benquet, dove una frana ha spazzato via le case dei piccoli cercatori d’oro e delle loro famiglie. Con il passare delle ore sta però emergendo anche come questa tragedia non sia affatto legata solamente al fenomeno climatico. A denunciarlo è padre Edwin Gariguez – sacerdote filippino noto per le sue battaglie ambientaliste (nel 2012 ha ricevuto anche il premio Goldman, considerato il Nobel per la difesa dell’ambiente) e oggi anche segretario generale della Nassa, la Caritas delle Filippine. Padre Gariguez punta il dito contro la Benquet Corporation, una società mineraria che dopo aver sfruttato questo territorio per estrarre l’oro l’avrebbe poi lasciato in una situazione di estrema vulnerabilità. Secondo quanto ricostruito dal sacerdote filippino la miniera della compagnia era una di quelle che l’anno scorso l’allora ministro dell’Ambiente delle Risorse naturali Gina Lopez aveva fatto chiudere perché non in regola con le normative ambientali. L’area era previsto che fosse bonificata, ma la Benquet Corporation non avrebbe fatto altro che subappaltare l’estrazione d’oro ai piccoli minatori di fatto andando avanti con la propria attività. «Questa comunità è diventata più vulnerabile ai disastri naturali proprio per l’attività distruttiva della Benquet Corporation – commenta padre Garriguez -. È necessario che sia riconosciuta come responsabile, perché giustizia significa riparazione del danno». In seguito alla tragedia le autorità filippine hanno vietato ieri ogni attività estrattiva ai piccoli cercatori d’oro in tutta la regione amministrativa della Cordillera. «Ma il ministero dell’Ambiente dovrebbe essere in prima linea per far sì che le grandi compagnie si assumano le loro responsabilità – aggiunge ancora padre Garriguez -. Più spesso invece, anziché con le comunità più povere, stanno dalla parte delle aziende minerarie».   Foto: tratta dal sito cbcpnews.net (Ciriaco Santiago III)  L'articolo «Filippine: uccisi dalla miniera, non dall’uragano» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La Cina porta i suoi soldati in Afghanistan (lun, 17 set 2018)
Con una base per l’addestramento dei militari locali – premessa a una presenza che si prospetta in futuro ben più significativa – Pechino guarda ai suoi interessi geopolitici. Ma nessuna ingerenza militare esterna ha mai avuto vita facile a Kabul   La Repubblica Popolare Cinese ha dato avvio alla costruizione in Afghanistan di un campo per l’addestramento dei militari locali. La sede è nel cosiddetto Corridoio di Wakhan, una sottile striscia di territorio che si allunga per 350 chilometri tra Pakistan e Tajikistan dalla provincia afghana del Badakshan alla frontiera cinese, che tocca solo per un brevissimo tratto ma che proprio per questo è di grande importanza strategica. La ragione ufficiale di un progetto totalmente finanziato da Pechino starebbe nella necessità di una migliore cooperazione tra i due Paesi per favorire la stabilità dell’area. A dare una base sul piano internazionale alla presenza cinese in Afghanistan è la partecipazione dell’Afghanistan, con il ruolo di osservatore, all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, blocco per la sicurezza regionale guidato dalla Cina e nato nel 2012 a cui partecipano sei Paesi. Tuttavia a regime è prevista la presenza di almeno un battaglione dell’Esercito di liberazine popolare, ovvero centinaia di militari in grado di agire in perfetta autonomia e piena capacità bellica se necessario: si tratta dunque di una presenza che non ha un significato puramente simbolico. Pechino da un lato guarda, infatti, al problema interno costituito dalla minoranza musulmana degli Uighuri, tradizionalmente maggioritaria nella grande provincia autonoma dello Xinjiang, confinante con Paesi islalmici dell’Asia centrale e, appunto, con l’Afghanistan. Qui Pechino teme un contagio integralista ma allo stesso tempo prosegue la repressione dell’identità locale e persegue una politica di integrazione tra forti tensioni. D’altra parte, il governo cinese guarda anche alle proprie esigenze strategiche, sia nei confronti dell’India – che di Kabul è stretta alleata e tutrice, ma che Pechino non vuole abbia l’esclusiva delle iniziative economiche e dell’addestramento della polizia nel Paese confinante – sia degli Stati Uniti, che a loro volta mantengono forze militari nel Paese e un’influenza sull’apparato militare del Pakistan, che della Cina popolare è da sempre partner economico e strategico. Per Pechino, come ha sottolineato di recente uno specialista di anti-terrorismo cinese, «difesa e sviluppo sono sempre stati la base per benefici reciproci. Questo perché se entrambe la parti si focalizzassero sulla cooperazione alla sicurezza, non potrebbero esserci rapporti duraturi». In questo senso, dopo avere investito in un triennio 70 milioni di dollari in armi per le truppe afghane, il governo cinese sta spingendo anzitutto per avere un accesso alle ingenti risorse minerarie del Paese confinante, dove sono oltre 1.400 i giacimenti finora individuati. Inoltre, l’Afghanistan rappresenta un punto focale per il progetto della «Nuova via della seta» sponsorizzato da Pechino ma che si trova davanti a ostacoli che sono frutto anzitutto situazioni di conflitto irrisolte, ma anche all’ostilità verso una presenza sempre più pressante e ingombrante in Paesi che – accettando cooperazione, investimenti e fondi – rischiano di trovarsi totalmente dipendenti dalle necessità cinesi. Una scelta comunque storicamente rischiosa, la prima per quanto riguarda la Cina in Afghanistan, dato che nessuna ingerenza militare esterna ha avuto vita facile, non solo per la caparbietà degli afghani nel difendere il proprio territorio, ma anche per la molteplicità di etnie e interessi che sovente fanno della presenza straniera una pedina da accogliere o rigettare.   Foto: Flickr / Jonathan Kos-Read   L'articolo La Cina porta i suoi soldati in Afghanistan sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La missione, non un’amicizia qualunque (dom, 16 set 2018)
Cosa aggiunge la Parola di Dio a quelle reti di relazioni che in fondo sono già terreno comune tra gli umani senza scomodare il Dio di Gesù Cristo? La fede non guarisce ma ferisce   Sono convinto che la missione della Chiesa sia fatta di incontri, relazioni umane, amicizie, secondo quei processi di umanizzazione universalmente riconosciuti e spesso evocati per accreditare l’Evangelo presso culture non cristiane, alle quali non si vorrebbe recare danno, ma armonia e riconciliazione. Se da una parte queste reti di relazioni positive sono segni e primizie del Regno di Dio che viene, dall’altra sento l’esigenza di aggiungere qualcosa d’altro. Perché ho il dubbio che nell’equazione relazione/missione possa insinuarsi un pensiero debole che tocca anche la teologia. Un pensiero a tratti rinunciatario, irenico, politicamente corretto, attento a non urtare la sensibilità altrui, timoroso di essere tacciato di fondamentalismo e quindi spesso connotato da una filantropia generica e sufficiente a se stessa, propria dei processi di umanizzazione, ma che alla fine perde qualcosa per strada. È indubbio tra l’altro che l’amicizia, l’amore e la riconciliazione sono già esperienze possibili per milioni di persone anche a prescindere da Cristo. Cosa aggiunge dunque la missione, la Parola di Dio, a quell’amicizia, a quelle reti di relazioni, che in fondo sono già terreno comune tra gli umani senza scomodare il Dio di Gesù Cristo? Si dovrebbe forse esibire un pensiero forte e appellarsi al classico cristocentrismo secondo il quale un umanesimo vero è possibile solo in Cristo? O riproporre la teoria dei semina Verbi che riconduce tutto l’umano a Gesù, Verbo del Padre? Per ora direi di no. Ma non vorrei nemmeno accontentarmi della missione nella prospettiva di una buona relazione, di un progresso e di un benessere spesso associati all’idea di una certa superiorità del Cristianesimo che ha in sé quello che le altre religioni non hanno. Vorrei partire invece da una rottura e muovermi verso un umanesimo cristiano, che è tale non perché riuscito, compiuto, ma perché ferito. Ferito da Dio, dalla sete di Lui che è la Sua sete di noi. Certo, la missione è fatta di incontri, amicizie e successi da raccontare, ma anche di crisi, lotte e a volte incomprensioni. L’amore di Dio, quando brucia, non sempre risana l’umano anzi, spesso lo ferisce, lo fa patire. Non porta solo e subito armonia, ma lotta, “battaglia” (1 Tm 6,12). La sfida mi pare dunque quella di una radicalità che non scivoli nell’integralismo ma che anche non ceda alla tentazione di liquefarsi nella retorica dei buoni rapporti. Solo questa rottura/ferita tutela dal fondamentalismo religioso e dal qualunquismo dei benestanti. Raccolgo una prima suggestione dalle Istruzioni di San Colombano nella liturgia delle ore del giovedì della XXI settimana del tempo ordinario. Colombano affronta il tema della vita spirituale come sete di Dio e descrive il paradosso per cui chi crede «cercherà la sorgente, ne berrà», ma «bevendone, ne avrà sempre sete». Parla del credente come di una persona ferita dall’amore, la cui sete è destinata a crescere perché pur «dissetandosi, bramerà con ardore colui di cui ha sempre sete». Parlando poi di Gesù come medico non gli chiede di guarirlo ma di ferirlo: «il Signore nostro Gesù Cristo, medico pietoso, si degni di piagare con questa salutare ferita l’intimo della mia anima». Con una ferita d’amore che spinge a cercare e a cercare ancora anche dopo aver trovato! Qualcosa di molto simile lo raccolgo da un altro suggestivo passaggio, questa volta di Dante Alighieri quando nel XXXI canto del purgatorio (129), parla di un cibo spirituale e dell’anima che lo gusta. Si tratta però, scrive Dante, di un «cibo / che, saziando di sé, di sé asseta» perché nel darsi all’uomo lo ferisce, non lo sazia, bensì lo asseta ancor di più. Similmente, una voce più vicina, quella di Elena Bono, testimonia qualcosa di molto simile. «Quando tu mi hai ferita?», chiede la poetessa a Dio. «Forse ero ancora nel seno di mia madre / o forse solo nei tuoi pensieri». E poi, al vertice dell’ispirazione, continua «allorché mi feristi / io non sapevo / quanto il tuo amore facesse male». Fino ad arrendersi al fatto che Dio vuole «soltanto questo in cambio dell’infinito amore / che io soffra l’amor Tuo / che me lo porti come piaga profonda / e non la curi».[1] La stessa poetessa in un’altra lirica dà la misura della posta in gioco, della ferita interiore che la fede provoca e che spinge a partire per ogni dove inaugurando un tempo nuovo. «Tempo è venuto / di vendere la veste / e comprare la spada. / Tempo di fare in pezzi / il proprio cuore / e darne parte a tutti (…) tempo di ferire / ogni vivo nel cuore / e che ognuno si scavi la sua piaga»; sapendo – conclude la poetessa – che «più la piaga grida / più v’è Dio».[2] In queste anime dunque la fede non guarisce, ma ferisce. Gesù non ha portato la pace, ma la spada (Mt 10,34), il fuoco (Lc 12,49). Eppure, contro ogni fondamentalismo, si è lasciato ferire e non ha mai ferito. La missione quindi è l’entusiasmo del discepolo non piegato dalla legge, cioè sottomesso, ma piagato dall’amore, cioè amato. È un anelito del cuore che non dà pace, nemmeno quando si è tra buoni amici. È un’inquietudine che non si placa nemmeno quando i conti tornano e potremmo tirare i remi in barca. È un impeto a partire fino a che ogni uomo venga ferito, non guarito, da quello stesso Amore che saziando di Sé, di Sé asseta. [1] E. Bono, I galli notturni, in E. Bianchi (a cura di), Poesie di Dio, Torino 1999, 123. [2] Ivi, 99.  L'articolo La missione, non un’amicizia qualunque sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Il Papa a Palermo nella Cattedrale dei poveri (ven, 14 set 2018)
Domani nella sua visita in Sicilia Francesco pranzerà alla Missione di Speranza e Carità di fratel Biagio Conte. Dove dal Giubileo della Misericordia sorge la «Casa di preghiera per tutti i popoli», una chiesa dove si tocca con mano il mondo intero   La cattedrale dei poveri ha una macina come altare, un rotolo di marmo per proclamare la Scrittura, un torchio come basamento per il crocifisso del Madagascar, le due mani di Cristo che si aprono nell’abside per diventare tabernacolo. La cattedrale dei poveri sorge in via Decollati, sulle sponde dell’Oreto, dove da anni la Missione di Speranza e Carità fondata da Biagio Conte accoglie circa 700 migranti di ogni provenienza geografica. In un capannone dell’ex caserma aeronautica abbandonata dove non c’era neppure il tetto, ora ci sono il soffitto ligneo, il pavimento di marmo, otto tele con la vita di Gesù dipinte da Bekir, tunisino musulmano ex ospite della Missione, la Via Crucis scolpita da Nanà del Ghana, i mosaici realizzati dai ragazzi con la sindrome di Down di Comiso, le opere di Misericordia nelle vetrate che raccontano che nessuno è straniero nella chiesa consacrata come “Casa di preghiera per tutti i popoli”. In questo luogo che è un simbolo potente per la Palermo di oggi papa Francesco sosterà domani, quando andrà a pranzare proprio insieme ai poveri accolti da fratel Biagio. Un luogo che – proprio nel giorno del XXV anniversario dell’uccisione di padre Pino Puglisi, colpito a morte dalla mafia e oggi beato – ha una storia particolare da raccontare. Perché proprio la mattina del 15 settembre 1993 lui e Biagio Conte si ritrovarono in Comune per perorare due cause diverse in difesa dei piccoli e di chi è in difficoltà. Don Pino chiedeva la scuola media per Brancaccio; Biagio chiedeva l’utilizzo del locale di via Archirafi conteso da Comune e Asl, per realizzare la Missione. «All’uscita ci salutammo e io gli chiesi di pregare per me», ricorda fratel Biagio. LEGGI QUI L’ARTICOLO INTEGRALE CHE SUL NUMERO DI AGOSTO-SETTEMBRE 2018 DI MONDO E MISSIONE RACCONTA LA STORIA BELLISSIMA DELLA MISSIONE DI BIAGIO  L'articolo Il Papa a Palermo nella Cattedrale dei poveri sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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