Novità dal PIME

Mondo e Missione

Repubblica Democratica del Congo: bomba a orologeria (mer, 23 mag 2018)
La crisi politica in Repubblica Democratica del Congo potrebbe rivelarsi una vera e propria bomba a orologeria. È quanto sostiene un analista congolese che ripercorre pericoli e prospettive del suo travagliato Paese I molti mali che distruggono il Paese derivano innanzitutto da una cattiva governance. Le elezioni presidenziali che, in base alla Costituzione, si sarebbero dovute tenere a dicembre 2016 sono state rinviate e la corruzione è diventata una prassi così come la cultura dell’impunità. Il sistema educativo è gravemente deteriorato e quello giudiziario protegge solo i potenti, mentre i gruppi armati aumentano di giorno in giorno e controllano immense aree in alcune province. Il flusso di rifugiati nelle nazioni vicine e di profughi interni è tra i più alti del continente e l’accaparramento di terre ha superato, secondo Land Matrix, quello di qualsiasi altra nazione africana. Resistenza della società civile Molti gruppi della società civile stanno spingendo per il cambiamento e molti loro membri sono stati incarcerati per aver fatto attività politica e denunciato ciò che sta avvenendo nel Paese. Il loro rilascio è una priorità in questo tempo di grande sofferenza e tensione. Il 31 dicembre 2017, il 21 gennaio e il 25 febbraio 2018, il Comité Laïc de Coordination (Clc), un gruppo di laici supportati dalla Chiesa cattolica, ha organizzato proteste pacifiche per chiedere, tra l’altro, elezioni trasparenti, regolari e libere. Le forze di sicurezza hanno risposto con violenza, disperdendo la folla dalle strade e dalle chiese e usando i gas lacrimogeni. Preti e chierichetti che erano alla testa delle marce sono stati picchiati. Alcuni rapporti dicono che almeno una dozzina sono stati uccisi e centinaia feriti, con danni alle proprietà per migliaia di dollari. Alcuni sacerdoti sono stati ulteriormente presi di mira dal governo, con interrogatori, arresti e minacce di morte anonime.Questa mobilitazione popolare della Chiesa cattolica si distingue come uno sforzo unificante in un Paese in cui le comunità sono divise secondo linee etniche e politiche e spesso si scatena la violenza per mantenere lo status quo. Sebbene il governo manchi di volontà politica, i cittadini devono continuare a chiedere il rispetto dello Stato di diritto. Ciò include la richiesta di elezioni e il vegliare sul fatto che non venga apportato alcun cambiamento alla Costituzione, in particolare per quanto riguarda il limite del mandato presidenziale. Ovviamente, la continua negazione del diritto dei cittadini di mobilitarsi e di esprimere opinioni è una grave violazione dei diritti costituzionali. Pericoli e prospettive Gli organizzatori di marce pacifiche devono stare molto attenti a non cadere nella trappola della violenza, che potrebbe dare al governo un pretesto per dichiarare lo stato di emergenza.Infatti il Presidente Joseph Kabila potrebbe utilizzare l’esercito per sospendere tutte le istituzioni statali e la Costituzione, aumentando il pericolo che possa essere modificata. È importante che gli organizzatori di proteste pacifiche siano attenti a verificare che non ci siano infiltrati tra i dimostranti, agenti del governo o ladri che tentano di creare il caos e la violenza gratuita.La domanda più attuale è come rendere le elezioni veramente indipendenti e affidabili. Vale la pena giungere alle elezioni in fretta? O è più importante raggiungere un processo comune e accolto da tutte le varie espressioni della classe politica?Le divisioni etniche sono uno strumento fondamentale dei politici per mantenere e consolidare il loro potere. Pertanto, al popolo congolese deve essere costantemente ricordato di riconoscere e prendere le distanze dal settarismo e dalla violenza legate all’etnia. Un’instabilità diffusa e etnica potrebbe essere strumentalizzata per giustificare un ulteriore ritardo delle elezioni.La comunità internazionale dovrebbero coordinare le sanzioni mirate su chi sta organizzando e causando violenze e divisioni. E soprattutto non dovrebbe sostenere o finanziare la lotta armata. Gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero chiedere un mandato più forte per le truppe di mantenimento della pace nella Repubblica Democratica del Congo, simile alla Brigata d’intervento (risoluzione 2098 delle Nazioni Unite), che ha contribuito ad annientare il gruppo ribelle M23 nel 2013. Un Pese democratico, pacifico e prospero ha il potenziale per grandi miglioramenti sociali ed economici non solo per il popolo congolese, ma con ripercussioni positive anche sui nove Paesi vicini e oltre. La lotta per avere istituzioni forti e uno Stato di diritto è l’unico modo in cui la repubblica Democratica del Congo potrà esprimere tutto il suo potenziale. Per questo è necessaria una forte solidarietà tra i cittadini congolesi, affinché il Paese non cada sotto una dittatura ma possa avviarsi verso una trasferimento di potere ordinato e democratico. Bahati Jacques è un analista politico di Africa Faith and Justice Network a Washington (USA) dal 2007. È originario della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Ha conseguito una laurea in Filosofia (2000) da La Ruzizi a Bukavu / DRC, Masters of Divinity (2006) e Masters of Arts in Ethics (2007) alla Catholic Theological Union a Chicago / Stati Uniti.  L'articolo Repubblica Democratica del Congo: bomba a orologeria sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Padre Marazzi, la missione dell’umiltà (mar, 22 mag 2018)
Oggi padre Mario Marazzi, missionario del Pime a Hong Kong, compie 90 anni. Una vita dedicata alla missione, in Cina come in Italia, nel segno della semplicità e della bellezza   Il 22 maggio, a Hong Kong, padre Mario Marazzi compie 90 anni. L’amatissimo missionario del Pime è in grande forma. Il suo entusiasmo e la sua vivacità sono davvero contagiosi. E così continua a svolgere, con la semplicità e la generosità ben note a chi lo conosce, un prezioso servizio alla missione, a cui continua a donare con dedizione e amore l’intera sua vita. Un missionario a cui è impossibile non volere bene e ammirare con tutto il cuore. Tante persone, anche non vicine alla Chiesa, nutrono fiducia e stima sconfinata in padre Mario. E con lui sono molto generose di tempo, di doni e di sostegno economico. Sanno che con lui, un uomo davvero povero e staccato dai beni, va tutto a chi ne ha davvero bisogno. Uomo di preghiera e di ottime letture spirituali, prima di farsi missionario, padre Mario ha pensato al matrimonio e ha lavorato come operaio per dieci anni. Nato nella splendida Mandello del Lario (sul lago di Como, un luogo che continua ad amare moltissimo), è entrato nel Pime a 24 anni ed è stato ordinato prete nel 1960, a 32. Hong Kong è stata da subito la sua missione. Ha imparato benissimo la lingua cantonese, parlata e scritta. E si è impegnato con tutto se stesso per calarsi nella vita della gente, diventando uno di loro. L’inculturazione, ovvero il “farsi” come la gente e vivere come loro, è stato un impegno costante nella sua vita, fino a scegliere di vivere, per dieci anni, in una famiglia nella città di Guangzhou (Canton), quando lui, di anni, ne aveva già 75. All’arrivo di padre Marazzi, Hong Kong era una colonia britannica. La città, conosciuta come la “Perla d’Oriente”, era un singolare crocevia tra Est e Ovest. A quel tempo, in Cina governava Mao Zedong e la città di Hong Kong divenne la meta di più di un milione di rifugiati bisognosi di tutto. La Chiesa cattolica fu impegnata in uno sforzo titanico di soccorso, accoglienza ed evangelizzazione. Padre Mario, con altri missionari del Pime – allora responsabili della guida della diocesi – erano in prima fila. «La carità – sostiene – è il modo migliore per far conoscere il Vangelo. Quante persone si sono avvicinate proprio perché toccate dall’amore dei missionari e dei cristiani di Hong Kong». Padre Marazzi viene poi coinvolto dal vescovo Francis Xavier Hsu nel Catholic Centre, un’istituzione nel cuore della città, fondato anni prima da padre Nicola Maestrini del Pime, che gli permette di raggiungere un gran numero di persone, attraverso iniziative culturali, ecclesiali e di comunicazione. In quel periodo, i suoi confratelli, che gli riconoscono equilibrio e rettitudine, chiamano padre Mario a guidare la loro comunità, attraversata allora da discussioni piuttosto accese sulle vie nuove dell’evangelizzazione. Nel 1980, dopo due anni di questo faticoso servizio, padre Marazzi viene richiamato in Italia. Vi rimarrà quasi vent’anni, con una breve parentesi a Hong Kong nel 1984, segnata da una dolorosa malattia. A Milano, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, padre Mario ha lasciato un segno forte della sua presenza e del suo lavoro. Al punto che, ancora oggi, tante persone lo ricordano con devozione. In particolare, ha ripreso in mano il Museo del Centro missionario di Milano, ripensandone il significato e il contenuto, dandogli un nuovo nome e un grande prestigio. Oggi il Museo popoli e culture è il fiore all’occhiello del Pime e partecipa – oltre che al più ampio progetto culturale dell’Istituto – all’impegno di educazione alla mondialità e alla promozione del dialogo con le altre religioni e culture. Attualmente espone, in una coreografia suggestiva, trecento oggetti selezionati e preziosi provenienti da Asia, Africa e America Latina. Padre Mario – seguito poi con la stessa sensibilità da padre Massimo Casaro – con il suo gusto per il bello, l’amore per l’arte e la cura del dettaglio ha lasciato questa preziosa eredità al Pime e alla città di Milano. Ma il cuore di padre Mario era rimasto in Cina. «Il mio desiderio era quello di tornare alla mia missione. Quella gente è la mia famiglia. Durante gli anni in cui sono stato a Milano insistevo presso i miei superiori di ritornare in Cina, che sentivo come la mia casa». Finalmente, nel 1999, all’età di 71 anni, padre Mario torna a Hong Kong. La lingua non l’aveva mai dimenticata e una schiera di amici e collaboratori erano lì ad accoglierlo con entusiasmo. «Ho ripreso l’attività in parrocchia stando in mezzo alla gente: ne ero molto felice. Ma a un certo punto ho capito che potevo e dovevo cambiare». Nel frattempo, era diventato possibile vivere nella Cina continentale, seppure senza esercitare l’attività missionaria. Padre Mario sente che una vita di testimonianza silenziosa e laboriosa, vivendo come la gente e tra la gente, è proprio nelle sue corde. È proprio la missione che desidera per sé e in cui crede di più. «Per dieci anni ho vissuto a Guangzhou come volontario presso Huiling, una organizzazione non governativa che assiste persone con disabilità mentale. Ho abitato in una casa-famiglia, con sei ragazzi e ragazze dai venticinque ai quarantacinque anni, tutti assistiti da una signora, che faceva da guida e da mamma». E che, insieme ad altri operatori di Huiling, sceglierà poi di abbracciare la fede cattolica. È stata una grande sfida. Non facile. Anche perché padre Mario si gioca in questa nuova “avventura” tra i  75 e gli 85 anni, adattandosi a vivere in un piccolo appartamento, con poco spazio e una famiglia così impegnativa. «Il rapporto che ho vissuto con le persone disabili mi ha cambiato profondamente. Sono cresciuto con loro, sono maturato. Sono andato a Guangzhou con l’intento di “aiutare”. Qualcosa certo ho fatto. Ma è molto di più ciò che ho ricevuto. Le persone disabili sanno amare e sanno relazionarsi, facendoci comprendere che la relazione umana è fondamentale. Mi   L'articolo Padre Marazzi, la missione dell’umiltà sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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«Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti» (lun, 21 mag 2018)
Guarda al Sinodo dei giovani il messaggio di papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2018: «Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita»   Pubblichiamo il testo del messaggio di Papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2018 (domenica 21 ottobre) diffuso ieri nella solennità di Pentecoste. ————————- Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato. L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane. La vita è una missione Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273). Vi annunciamo Gesù Cristo La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?». Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda. Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore. Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in   L'articolo «Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Myanmar: la persecuzione dimenticata contro i Kachin (ven, 18 mag 2018)
Sono sempre più frequenti gli scontri fra i militari e l’etnia Kachin, che ha ripreso la lotta armata per difendere terre e diritti violati. Il mondo, distratto dall’enormità della persecuzione contro i musulmani Rohingya e dalla loro fuga ormai quasi completa verso il confinante Bangladesh o altrove, sembra accorgersi con difficoltà di un’altra crisi persistente in Myanmar che coinvolge per lo più le aree frontaliere del Nord e dell’Est. In particolare, a essere interessate dagli scontri e dalla fuga di migliaia di civili negli ultimi mesi sono le aree abitate dall’etnia Kachin, quella maggiormente cristianizzata tra le decine che formano il complesso mosaico etnico birmano. Nello Stato Kachin dopo la fine di una lunga tregua, sono ripresi gli scontri tra le forze armate regolari e le milizia etnica che per decenni ha cercato di tutelare con le armi identità e risorse dei Kachin davanti alle offensive dei militari impegnati a mantenere il pieno controllo sul paese, in modo diretto – attraverso una dittatura brutale – sino al 2011, poi in difficile coabitazione con i civili. Una situazione che rischia di estendersi a altre aree di grande importanza strategica a ridosso di Thailandia, Cina e India. L’accordo per un cessate il fuoco nazionale, propiziato dall’intervento diretto della Premio Nobel per la Pace birmana Aung San Suu Kyi e firmato nell’ottobre 2015 da otto etnie, non è stato finora rispettato dalla principale milizia kachin (Kachin Independence Army, Kia) che sotto pressione per le rappresaglie e i bombardamenti sui centri abitati ha deciso di tornare allo scontro armato. A migliaia i civili sono in fuga dalle aree di nuovi combattimenti tra Kia e i militari birmani. Sono oltre 4.000 i nuovi profughi che vanno a aggiungersi ai 20mila già in fuga dall’inizio dell’anno e ai 90mila profughi nello stesso Stato Kachin e in quello Shan. «Abbiamo ricevuto rapporti che testimoniano come molti civili restino intrappolati in aree interessate dal conflitto – segnala Mark Cutts, responsabile dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari -. La nostra maggiore preoccupazione è per la salvezza dei civili, incluse donne incinta, anziani, bambini piccoli e disabili». Impossibilitata a inviare propri osservatori nelle aree di conflitto, l’Onu non è stata in grado di confermare le notizie di vittime tra i civili, ma ha espresso la preoccupazione per la crisi che va estendendosi nel Nord del Myanmar, a ridosso del confine cinese e indiano, quasi ignorata dalla comunità internazionale. Se una responsabilità va anche al Kia e agli interessi dei leader Kachin, il crollo del processo di pace e ulteriori difficoltà per il governo rafforzerebbero anzitutto la presa dei militari, ai quali la Costituzione in vigore, da essi scritta nel 2008, assegna il ministero delle Frontiere. Gli interessi degli uomini in divisa sulle ampie risorse nelle aree abitate dalle minoranze hanno accentuato in diverse etnie la convinzione che il governo in carica non sia in grado di garantire loro diritti e benessere. A aggravare la situazione, la Cina, che vendendo armi ai militari birmani protegge i propri investimenti nelle aree confinanti e costringe Aung San Suu Kyi e i suoi sostenitori nella Lega nazionale per la democrazia e nel governo a accettare l’influenza di una potenza che ha sostenuto per un quindicennio le campagne militari contro le minoranze e la repressione contro il movimento nonviolento per la democrazia di cui Aung San Suu Kyi è stata leader indiscussa. I Kachin, circa 1,6 milioni di individui hanno tra le montagne dell’attuale Myanmar settentrionale le loro terre ancestrali. All’indipendenza dell’ex Birmania dai britannici nel 1948 vennero loro promesse uguaglianza e ampia autonomia, negate con la presa di potere militare nel 1962 che ha spinto i Kachin alla lotta armata.  L'articolo Myanmar: la persecuzione dimenticata contro i Kachin sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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