Novità dal PIME

Mondo e Missione

Il Bolt indonesiano e la carica dell’Asia nell’atletica (sab, 14 lug 2018)
Ai campionati mondiali under20 di Tampere un ragazzo dell’isola di Lombok ha battuto a sorpresa i due quotatissimi sprinter americani. Ed è solo il più vistoso di una serie di risultati che vedono l’Asia crescere nell’atletica leggera alla vigilia delle Olimpiadi di Tokyo 2020   Sarà indonesiano l’erede di Usain Bolt? Guardando i risultati dei campionati mondiali under20 di atletica, in corso in questi giorni a Tampere in Finlandia, balza subito all’occhio la sorprendente vittoria nei 100 metri di Lalu Muhammad Zohri, un ragazzo indonesiano di soli 18 anni che è riuscito a battere per pochi centesimi i due atleti americani accreditati dei migliori tempi. Il giovane Lalu vive insieme ai suoi fratelli in una piccola casa di bambù nell’isola orientale di Lombok. E fa ancora più scalpore scoprire che il ragazzo indonesiano è stato più volte costretto ad allenarsi scalzo: le scarpe chiodate per le gare in pista è riuscito ad acquistarle solo in occasione della manifestazione iridata. La sua vittoria non ha solo riunito tutto il villaggio intorno ad un tablet, ma ha scatenato l’euforia di tutto il Paese; al punto che il presidente indonesiano ha promesso di aiutare Lalu e i suoi fratelli, purtroppo orfani, a ristrutturare la loro misera abitazione. L’exploit di Lalu è stato il risultato più vistoso di un trend più generale che sta vedendo una crescita significativa dell’Asia nell’atletica leggera. Negli stessi mondiali giovanili di Tampere, poche ore dopo nei 400 metri femminili, ha trionfato l’indiana Hima Das diventando così la seconda atleta nella storia del suo Paese a vincere una medaglia d’oro in una competizione globale. Prima di lei era toccato a Neeraj Chopra che nel 2016 aveva vinto l’oro nel lancio del giavellotto, sempre ai mondiali under20. Scorrendo il medagliere della manifestazione si può poi notare la presenza ai vertici del Giappone; emblematica dell’impegno nella preparazione degli atleti in vista delle olimpiadi di casa, che si terranno a Tokyo nel 2020. A Tampere i nipponici hanno infatti collezionato ben 4 medaglie tra cui quella d’oro nei 3mila metri femminili, una specialità che tradizionalmente vede primeggiare atleti di nazionalità africana. Il percorso di crescità del Giappone non è comunque una novità: alle Olimpiadi di Rio il quartetto nipponico era riuscito ad impensierire persino la staffetta giamaicana guidata da Usain Bolt, dovendosi alla fine accontentare dell’argento. Tra i talenti del giappone, poi, non si può dimenticare Yuri Kawauchi, vincitore proprio quest’anno della prestigiosa maratona di Boston. La nuova geografia dell’atletica vede inoltre ormai i qatarioti Abderrahman Samba (nei 400 ostacoli) e Mutaz Essa Barshim (nel salto in alto) sfiorare i record del mondo delle loro specialità in ogni meeting della Diamond League. Abbonato alle grandi manifestazioni è ormai anche il siriano Majd Eddin Ghazal (anche lui nel salto in alto), come Salwa Naser, ragazza del Bahrein che quando vinse il titolo mondiale under18 dei 400 metri fece notizia per il suo hijab. Ora Salwa ha 20 anni ed è arrivata all’argento assoluto mondiale con un nuovo look, diventando un simbolo per le ragazze del Golfo. Se questi talenti asiatici si stanno facendo largo nelle piste, che cosa sta succendo alle grandi potenze dell’atletica come gli Stati Uniti e la Giamaica? I ragazzi a stelle e strisce non si sono esaltati nei mondiali giovanili: non risultano nemmeno nella top-ten del medagliere. I giamaicani fanno invece fatica a trovare un degno erede del supercampione Usain Bolt; basti pensare che nella finale dei campionati nazionali nella gara dei 100 metri nessun atleta è riuscito a scendere sotto la barriera dei 10 secondi, considerata come l’elite mondiale della specialità. Le due nazionali però rimangono lo stesso un punto di riferimento per tutto il mondo dell’atletica, poichè capaci comunque di sfornare talenti di ottimo livello in tutte le specialità. Un risultato dovuto all’importanza che l’atletica ha anche a livello scolastico: tutti conoscono gli NCAA statunitensi e i campionati studenteschi giamaicani, seguiti con grande entusiasmo ed attenzione sia dai tifosi sia dai media. In questa nuova geografia dell’atletica è comunque bello vedere come nessuno sia escluso da questa grande famiglia sportiva. Difficile trovare altri sport che riescano a riunire sullo stesso campo tutti gli angoli del mondo, con così tanti Paesi competitivi e capaci di portare soddisfazioni ai propri tifosi. Un incoraggiamento a ogni Paese a investire di più in una realtà sana e coinvolgente come lo sport.  L'articolo Il Bolt indonesiano e la carica dell’Asia nell’atletica sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Thailandia, le crepe nascoste sotto l’epopea di Tham Luang (mer, 11 lug 2018)
L’ANALISI La vicenda dei ragazzi salvati dalla grotta ha già una sua mitologia e suoi eroi. Alla fine mostrerà inevitabilmente una nazione coesa e vincente su ogni avversità, ma non la sua realtà   Finalmente la Thailandia ha tirato un sospiro di sollievo quando ieri sera è emerso anche l’ultimo dei 13 reclusi involontari dalla grotta di Tham Luang. Una felicità assoluta per i thailandesi, che nell’occasione hanno ritrovato un obiettivo comune, senza ignorare per una volta che una parte non indifferente del merito va alla dedizione del personale straniero che ha affiancato l’opera degli esperti e dei militari locali. A completare una giornata emozionante, la notizia che anche anche il medico e i tre sub della Marina thailandese che fino all’ultimo erano rimasti nella cavità sotterranea che per 18 giorni ha ospitato il gruppo, erano usciti dalla grotta. Un Paese in festa non potrà dimenticare, però,  la morte di un ex subacqueo della Marina militare, deceduto il 6 luglio mentre partecipava alle operazioni di ricambio delle bombole d’ossigeno nei cunicoli che sono stati percorsi a ritroso tra l’8 e il 10 luglio dai giovani accompagnati da sommozzatori esperti. Dal 23 giugno, i 12 componenti di una squadra di calcio giovanile (i Moo Po, Cinghiali) tra gli 11 e i 16 anni e l’allenatore venticinquenne avevano trovato rifugio su una ridotta area sopraelevata in una delle cavità interne della grotta di Tham Luang, nel distretto thailandese di Mae Sai, prossimo al confine birmano. Costretti a fuggire verso l’interno del complesso sotterraneo che si snoda per 10 chilometri da una pioggia improvvisa all’avvio della stagione monsonica. Dopo il loro ritrovamento il 2 luglio, per giorni si sono studiate varie alternative di salvataggio. La prima, l’individuazione di cunicoli già esistenti o lo scavo di nuovi che dalla superficie che potessero consentire di avvicinarsi alla cavità dove si trovava il gruppo e favorirne l’uscita. La seconda, un’attesa potenzialmente di settimane se non di mesi se il monsone avesse l’innalzamento dell’acqua nella grotta, con il rischio di spazzare via il gruppo, oppure limitare ancor più lo spazio e quindi l’ossigeno presente. Alla fine ha prevalso l’impegno all’evacuazione, portato a termine con successo con una cooperazione eccellente e inedita di risorse locali e internazionali. Secondo il ministero della sanità, i giovani calciatori e l’allenatore Ekapol Chanthawong sono tutti in buone condizioni fisiche e psicologiche. Hanno incontrato i familiari nell’ospedale di Chiang Rai e per loro si preparano festeggiamenti dopo la settimana di isolamento per il rischio di infezioni. Mancata la possibilità di assistere ala finale del Mondiali offerta dalla Fifa, difficilmente non approfitteranno dell’invito del Manchester United per la prossima stagione. Sicuramente, la vicenda di Tham Luang, sarebbe stato un incubo per ogni paese, ma inevitabilmente ha acquistato in Thailandia sfumature coerenti con le possibilità tecniche, la mentalità, gli usi e una società che esprime fortemente propri valori e disvalori nonostante la lunga apertura alla realtà esterna, determinante per il suo sviluppo economico ma rifiutata in molti aspetti dalle élite perché contaminante (e potenzialmente destabilizzante). Un sistema-Paese, la Thailandia di oggi, in cui il regime militare al potere da quattro anni, accettato inizialmente per la promessa di riportare serenità, moralità e benessere dopo un decennio di conflitti interni, sta dimostrando di essere il più acceso sostenitore dello status quo, più attento a un controllo assoluto sui media e sulla società civile che alla crescita democratica e civile. La polemica sulle responsabilità della vicenda di Tham Luang è latente, ma difficilmente uscirà allo scoperto. L’impegno dei militari nelle operazioni di soccorso, che ha tenuto banco in ogni occasione, è stato indicato come esemplare e disinteressato; lo spirito di sacrificio della popolazione che ha partecipato con aiuti, messaggi di augurio, incontri di preghiera, anche con campi allagati dall’acqua deviata dalla grotta che ha distrutto ettari di riso quasi pronto per il raccolto, è stato visto e propagandato come espressione di unicità thai. La vicenda di Tham Luang ha già una sua mitologia e suoi eroi. Alla fine mostrerà inevitabilmente una nazione coesa e vincente su ogni avversità, ma non la sua realtà.  L'articolo Thailandia, le crepe nascoste sotto l’epopea di Tham Luang sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Il digiuno dei religiosi per denunciare le politiche sulla pelle dei migranti (mar, 10 lug 2018)
Alcuni missionari e religiosi che lavorano al fianco dei più poveri organizzano una manifestazione permanente davanti alla Camera, con un digiuno che comincerà oggi e andrà avanti per dieci giorni Sono religiosi che lavorano sul campo con i migranti, che ne conoscono le storie, come suor Rita Giarretta. O missionari che hanno speso una vita con i più poveri, come padre Alex Zanotelli. Da oggi a mezzogiorno inizieranno un digiuno di dieci giorni di denuncia della politiche del governo italiano nei confronti dei migranti. Cominceranno in piazza San Pietro oggi, con una giornata di digiuno. Proseguiranno a Montecitorio per testimoniare con il digiuno contro le politiche migratorie del governo italiano. E continueranno a digiunare per altri 10 giorni con un presidio davanti a Montecitorio dalle ore 8 alle 14. «Proponiamo un piccolo segno visibile, pubblico: un digiuno a staffetta con un presidio davanti al Parlamento italiano per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti», spiegano un comunicato firmato da padre Alex Zanotelli, il vescovo emerito di Caserta monsignor Raffaele Nogaro, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di “Casa Ruth” e padre Giorgio Ghezzi, religioso sacramentino. I religiosi ricordano le 33.000 vittime accertate (il giornale inglese Guardian che ne ha pubblicato i nomi) perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della “Fortezza Europa. E scrivono: «È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. La Carta della UE afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata”. È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta». «Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della UE dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza – proseguono i religiosi –. Anche l’Italia, decide ora  di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle ONG ed affida invece tale compito alla Guardia Costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Perfino la Commissione Europea ha detto: “Non riportate i profughi in Libia, lì ci sono condizioni inumane». «Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’ONU parla di oltre mille morti in questi mesi», prosegue la denuncia. «Papa Francesco ha fatto sue le parole dell’arcivescovo Hyeronymous di Grecia pronunciate nel campo profughi di Lesbos: “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi, è in grado di riconoscere immediatamente la “bancarotta dell’umanità”». «È il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo  giudicati su: “Ero straniero… e non mi avete accolto.” Noi chiediamo a tutti i credenti,  di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane». A partire dalle proprie esperienze di vita, i religiosi si rifiutano di «accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di  migliaia  di migranti», ricordando quello che disse il profeta Isaia a nome di Dio: “Il digiuno che voglio non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti ?”.  L'articolo Il digiuno dei religiosi per denunciare le politiche sulla pelle dei migranti sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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La rabbia di Haiti e la sconfitta di tutti (lun, 09 lug 2018)
In queste ore Port-au-Prince a ferro e ferro fuoco per il rincaro record del prezzo della benzina, poi revocato dal governo. Il missionario laico Maurizio Barcaro: «Solo dopo il terremoto ho visto altrettanta desolazione»   Haiti sta vivendo in queste ore una nuova grave crisi sociale, degenerata in assalti alle pompe di benzina e ai negozi. Il governo ha revocato gli aumenti della benzina, ma chi sarà davvero a pagare il prezzo? Da Port-au-Prince Maurizo Barcaro, missionario laico sostenuto dal Pime, ci ha inviato oggi questa testimonianza.   Da tempo si sapeva che il prezzo della benzina alla pompa sarebbe aumentato ma nessuno si aspettava che sarebbe stato fra il 45 e il 51%. Piu della meta in un colpo solo. Non ci voleva un houngan (stregone/mago) per immaginare che una tale misura avrebbe scatenato il putiferio e cosi e stato. La folla ha messo a ferro e fuoco la capitale per due giorni. Barricate infiammate, folla per le strade, saccheggi selvaggi in almeno cinque supermercati, distrutte e bruciate due pompe di benzina, saccheggiate due banche da dove hanno portato fuori persino delle grosse cassaforti… le hanno portate fuori nelle strade. Due hotel ben conosciuti sono stati assaltati, la folla ha bruciato auto parcheggiate, la concessionaria Nissan assaltata, bruciate decine di macchine nuove fiammanti. Gente che correva per le strade con tutto quello che poteva portare via dai supermercati saccheggiati. Due posti di polizia distrutti e bruciati, aeroporto fermo da sabato pomeriggio e voli dirottati a Santo Domingo. Sette i morti, dei feriti non si sa nulla, qualche macchina della polizia qua e là, ma nessun intervento fisico… Avevano paura anche loro, cosi mal forniti e in numero ridicolmente esiguo. Il fumo di copertoni ha riempito l’aria dalla mattina alla sera, sopratutto nel secondo giorno. Una vera e propria guerra urbana ma totalmente anarchica, che non ha trovato alcuna resistenza da parte di nessuna autorita locale. E quando il sole ha deciso di andarsene a dormire, nel buio della notte, solo l’odore acre delle barricate infiammate restava come ricordo della giornata, insieme al pianto di chi aveva perso qualcuno di caro o tutto cio che aveva.  Centinaia di persone si sono rifugiate a dormire dove capitava, da amici, in scuole, in chiese; persone bloccate dal caos e incapaci di tornare a casa in giornata. La mattina di domenica i segni della battaglia erano ben visibili dappertutto. Decine di macchine bruciate, pietre delle barricate, copertoni ancora fumanti, segnaletiche e cartelloni pubblicitari dappertutto a terra o bruciati, vetri rotti, supermercati distrutti. Nessuna zona è stata risparmiata. Le moto circolavano ma di macchine ancora nessuna. È incredibile constatare quanto siano riusciti a distruggere in poche ore. Se almeno il Brasile avesse vinto contro il Belgio, forse sarebbe stato differente… La gente qui adora il Brasile e forse la rabbia si sarebbe manifestata con molto meno violenza. Ora non si sa bene che cosa succedera. Il governo ha gia annunciato la revoca degli aumenti della benzina, ma la si puo davvero dichiarare una vittoria della gente? Solo qualche imbecille può pensarlo. Il prezzo da pagare per la distruzione di queste ore infami sara molto piu caro. E chi pagherà? Quanti posti di lavoro si sono persi in questi saccheggi ? La gente si rende conto che adesso ci saranno comunque aumenti dei prezzi dei beni di consumo? Si renderanno conto che ora certi materiali per costruzioni o altri che si trovano solo nei supermercati non saranno piu accessibili per molto tempo, se non attraverso la Repubblica Domenicana e a ben piu caro prezzo? Si renderanno conto che possibili investitori per lo sviluppo del Paese non ci penseranno proprio a venire ad Haiti ora? Si renderanno conto che hanno fatto fare al Paese 10 passi indietro? Ma che dire… ogni Paese ha il suo cammino. Io posso avere la mia opinione su come vanno le cose, ma alla fine – anche se amo questo Paese – sono gli haitiani stessi a dover trovare la propria strada. Certo è che questo popolo mi ricorda il popolo di Israele nel suo peregrinare nel deserto. Un cammino penoso, faticoso, a volte incomprensibile e lungo… molto lungo. Sono ad Haiti ormai da 24 anni e ho vissuto e condiviso tante penose esperienze insieme a questo popolo. Ma devo dire che l’unica volta che ho visto una distruzione simile è stato dopo il terremoto. Non so bene cosa succedera domani. È vero che tanta gente non aveva nulla da perdere neanche prima; quindi per loro sarà la solita «lotta» per sopravvivere, giorno dopo giorno. Ma tutti hanno comunque perso qualcosa in questi giorni.    L'articolo La rabbia di Haiti e la sconfitta di tutti sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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