Novità dal PIME

Mondo e Missione

A Giakarta test Hiv obbligatorio per sposarsi (ven, 18 gen 2019)
Dal 1 gennaio in vigore un regolamento che impone l’esame per ottenere la licenza matrimoniale. Misura drastica in un Paese dove 630 mila indonesiani convivono con l’Aids e 8.500 neonati ogni anno risultano sieropositivi   Una misura potenzialmente discriminatoria e che sicuramente avrà riflessi determinanti sull’esistenza di individui già duramente colpiti dalla sorte che cercavano in unioni familiari una vita nuova o più piena. Eppure non ha sollevato finora grandi contrasti il nuovo regolamento che nella capitale Giakarta impone alle coppie che intendano contrarre matrimonio il test per verificare l’eventuale positività al virus dell’Hiv. La sua mancanza impedirà di ottenere la licenza matrimoniale e ogni unione comunque concretizzata sarà dichiarata nulla. Il provvedimento, proposto nel 2017 sulla falsariga di uno simile in vigore dal 2016 nella vicina città di Bogor, è entrato in vigore il 1° gennaio, fortemente voluto dal governatore Anies Rasyd Baswedan come parte della campagna – che è anche nazionale – di contenere la diffusione dell’Aids. Il test va condotto in ospedale, gratuitamente, e deve avere luogo un mese prima della data prevista per le nozze. Il certificato dell’ospedale va consegnato poi al ministero per gli Afferi religiosi, in un Paese in cui la maggiorana dei cittadini sono di fede musulmana. Come ha ricordato lo stesso governatore, è sempre più “importante ridurre il rischio di trasmissione del virus, non soltanto tra coniugi ma anche ai loro figli. Se entrambi o anche uno dei futuri sposi dovessero essere trovati positivi, saranno trattati con farmaci antiretrovirali e inseriti nel programma di prevenzione della trasmissione tra madre e bambino”. Il provvedimento ha suscitato qualche perplessità, ma la reazione degli stessi ambienti religiosi è stata sostanzialmente positiva davanti ai dati più recenti del ministero della Sanità che segnalano attualmente 630mila indonesiani che convivono con l’Aids (di cui 55mila nella sola Giakarta) e un numero di 8.500 neonati sieropositivi ogni anno. Il dottor Teguh Sasongko, responsabile della Commissione per la Salute dell’arcidiocesi di Giakarta, ha dichiarato di ritenere utile l’iniziativa e che uno screening per eventuali patologie dovrebbe essere parte del percorso di conoscenza reciproca della coppia in vista dell’unione definitiva, anche perché il suo obiettivo è di «creare una famiglia in salute come presupposto per una vita di coppia felice». La diffusione dell’Aids è stata ampiamente sottostimata in passato e la diffusione di droghe iniettabii – come pure una sostanziale clandestinità delle attività sessuali al di fuori delle unioni formali – ha reso il problema difficilmente gestibile, anche per le caratteristiche di vastità e dispersione del territorio indonesiano e i limiti delle risorse disponibili. Come per la tossicodipendenza, tuttavia, la sostanziale pandemia di malattie sessualmente trasmissibili ha chiamato all’azione le autorità. Per Unaids, se il numero complessivo dei nuovi casi di contagio è diminuito del 22 per cento dal 2010, i decessi sono cresciuti del 68 per cento e entrambi si sono diffusi maggiormente all’esterno dei gruppi ritenuti tradizionalmente a rischio di contagio, tra i giovani e coppie eterosessuali.   Foto: Flickr / ILO in Asia and the Pacific  L'articolo A Giakarta test Hiv obbligatorio per sposarsi sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Sul tema della missione l’Assemblea Cei 2019 (Wed, 16 Jan 2019)
Dal 20 al 23 maggio a Roma tutti i vescovi italiani rifletteranno insieme sul tema «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria» in vista del Mese missionario straordinario indetto dal Papa per il mese di ottobre Il tema della missione torna al centro della riflessione della Chiesa italiana. Il Consiglio permanente della Cei – riunito in questi giorni a Roma – ha deciso che al centro della prossima sessione dell’Assemblea di tutti i vescovi italiani, in programma dal 20 al 23 maggio sempre a Roma, vi sarà il tema «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria». «Nel fare questa scelta, il cui titolo potrà essere meglio precisato – si legge nel comunicato finale del Consiglio permanente, diffuso oggi dalla Conferenza episcopale – i vescovi si sono posti in sintonia con l’intuizione di Papa Francesco di un mese missionario straordinario nell’ottobre 2019, indetto “al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale”. Facendo eco all’Evangelii gaudium, hanno anche rimarcato come la missione richieda convinzione, ardore e passione; è annuncio del Regno, da declinare in ogni ambito della vita quotidiana». Si tratta di una notizia importante per il mondo della missione ad gentes in Italia. E vale la pena di ricordare anche che l’Assemblea della Cei prevede sempre un incontro tra i vescovi italiani e papa Francesco che ha solitamente al centro proprio il tema su cui l’Assemblea riflette. L’appuntamento di maggio si profila dunque come una tappa molto importante nel cammino della Chiesa italiana verso l’appuntamento del Mese missionario straordinario in programma per l’ottobre 2019.  L'articolo Sul tema della missione l’Assemblea Cei 2019 sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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«Dall’amore nessuno scappa» (Tue, 15 Jan 2019)
Il Brasile piange la morte di Mario Ottoboni, l’avvocato che nel 1972 ideò l’Apac, il sistema delle «prigioni senza sbarre e senza carcerieri». «Voglio ammazzare il criminale e salvare l’uomo», diceva. E i risultati di questo metodo dicono che è possibile, come raccontiamo proprio sul numero di questo mese di «Mondo e Missione»   Si è spento ieri all’età di 87 anni in Brasile l’avvocato Mario Ottoboni, il fondatore dell’Apac un sistema penitenziario alternativo fondato sulla fiducia nella possibilità di recupero dei detenuti. A piangerlo oggi sono circa 3.500 persone che in una cinquantina di strutture sperimentano che «dall’amore nessuno scappa», come disse a Ottoboni uno dei primi detenuti accolti. In una realtà come quella brasiliana, dove la carceri sono spesso luoghi di violenza, quelle dell’Apac sono “le prigioni senza sbarre”. Qui i detenuti – definiti “recuperandi” – sono loro stessi responsabili della sicurezza della struttura: non ci sono guardie né armi, i carcerati non sono numeri, delinquenti irrecuperabili, ma persone, a cui è offerta davvero la chance di prendere in mano la propria vita e rivoluzionarla. Di fare i conti con le loro colpe e di superarle, di riconciliarsi con i familiari e con la società, di trasformarsi in uomini e donne nuovi. Ed è un sistema dai risultati straordinari: i tassi di recidiva, che nei penitenziari ordinari in Brasile arrivano al 70-80%, nelle strutture dell’Aipac si fermano al 10-20%. Una ragione in più per investire nel modello, i cui costi sono 1/3 di quanto speso per lo stesso numero di detenuti nel sistema detentivo comune. Propria a questa storia dedichiamo la copertina del numero di gennaio 2019 di Mondo e Missione. Leggi a questo link il testo integrale dell’articolo.      L'articolo «Dall’amore nessuno scappa» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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I missionari Usa e lo «shutdown» intorno al muro (Mon, 14 Jan 2019)
La riflessione dei Missionari di Maryknoll sul braccio di ferro in corso tra Trump e il Congresso sul muro ai confini col Messico: «Si affronti la questione migrazione con risposte davvero morali»   Negli Stati Uniti va avanti lo «shutdown», la paralisi degli uffici governativi provocata dal braccio di ferro in corso tra il presidente Donald Trump e il Congresso sul bilancio dello Stato. Nodo del contendere i fondi per finanziare l’avanzamento della costruzione del muro al confine con il Messico. Sulla vicenda in queste ore i missionari di Maryknoll, l’istituto per le missioni estere degli Stati Uniti, hanno preso posizione con un editoriale pubblicato sulla loro newsletter dedicata ai temi legati alla giustizia e alla pace. Pubblichiamo qui sotto una nostra traduzione italiana del testo. —————————————– Le sofferenze che lo shutdown del governo sta provocando a milioni di persone e di famiglie, soprattutto a quelle che devono fare i conti con la povertà e l’insicurezza alimentare, aumentano ogni giorno che passa senza una soluzione. Mentre lo shutdown continua, l’accesso all’assistenza nutrizionale, ai programmi per la casa, al servizio sanitario per le comunità native e ad altri importanti programmi di assistenza si fa sempre più difficile. Impedire a famiglie in difficoltà l’accesso a questi servizi essenziali a causa di richieste minacciose sul muro di confine va al di là di un modo di governare spericolato: è semplicemente immorale. Visti i pochi progressi nel negoziato tra Repubblicani e Democratici, possiamo oggi immaginare solo tre possibili soluzioni allo shutdown. Soluzione numero uno: il presidente Trump dichiara l’emergenza nazionale al confine. I tribunali intervengono e congelano il suo ordine. Il Congresso riapre l’attività degli uffici di governo mentre il caso va all’esame dei giudici. Il presidente Trump dichiara vittoria. I Democratici dichiarano vittoria. È lo scenario più probabile. Soluzione numero due: i Democratici accettano di finanziare in qualche modo il muro e i Repubblicani di offrire qualche soluzione legislativa per i Dreamers (i giovani arrivati da minorenni negli Stati Uniti senza documenti in regola ndr). Si tratta di uno scenario meno probabile perché è difficile immaginare un compromesso sui Dreamers che i Repubblicani possano sostenere. Soluzione numero tre: i Repubblicani al Senato e alla Camera cominciano a vacillare nel loro sostegno al presidente Trump. Trump accetta di scendere a compromessi coi Democratici. Questo è lo scenario meno probabile. In ogni caso qualsiasi soluzione difficilmente si materializzerà prima della fine di febbraio. Nel frattempo nei notiziari sentiamo raccontare dei mancati stipendi e dei documenti e servizi rinviati, ma non sentiamo affatto parlare degli effetti sulle persone che sono al centro di questa crisi: i migranti e i rifugiati. Ecco invece quello che a oggi sappiamo. Le otto agenzie che si prendono cura dei rifugiati d’intesa con il Dipartimento di Stato (compresa la Conferenza episcopale Usa) stanno operando senza accordi di cooperazione con il governo degli Stati Uniti per il 2019, il che significa che è molto difficile pianificare l’anno su questioni importanti come lo staff e i programmi. Il Religious Worker Program, gestito dal Dipartimento per la Sicurezza interna, non è operativo. Si tratta del programma di visti che autorizza gli stranieri a venire negli Stati Uniti per la loro formazione religiosa. Questo potrebbe toccare anche le suore, i padri e i laici consacrati di Maryknoll. I tribunali migratori gestiti dal Dipartimento della Giustizia per l’esame dei casi di chi non è sottoposto a detenzione sono fermi. Questo significa che l’accumulo di cause pendenti cresce sempre di più. Il Legal Orientation Program che offre informazione legale a chi è trattenuto in centri di detenzione non sta funzionando. Il 10 gennaio il presidente Trump ha visitato in Texas la città di McAllen, sul confine, sede del maggiore centro operativo per le politiche migratorie degli Stati Uniti, «per incontrare quelli che stanno in prima linea». Ann Hayden e Pat Edmiston, suore di Maryknoll sono missionarie in una chiesa cattolica lì vicino, dove molti residenti privi di documenti vivono nella paura di essere deportati mentre lavorano nelle fabbriche e nelle aziende agricole lungo il confine. «Cerchiamo di non riunire mai i parrocchiani tutti nello stesso posto ma nella chiesa più vicina o andiamo noi a vistarli nelle loro case», ha raccontato suor Hayden in questo articolo intitolato «Vita a tolleranza zero». Viviamo un tempo di scelte morali per gli Stati Uniti. Qual è la strada più giusta e più umana per rendere sicuri i nostri confini e porci davanti a quanti fuggono dalla persecuzione? Non certo la strada del muro di confine. In una dichiarazione del 2017, insieme ad altre 37 organizzazioni interreligiose con esperienza alla frontiera, dicevamo che il muro ferisce le comunità, accresce i rischi di alluvioni, viola i diritti delle comunità indigene che vivono sul confine e alla fine non scoraggia l’immigrazione. «Come comunità di fede crediamo che la spesa del governo debba riflettere i nostri valori – scrivevamo -. Finanziare un’ulteriore militarizzazione del confine ci fa scendere molto al di sotto di questi valori». Ancora una voltra oggi chiediamo: qual è una risposta morale? L’amore è morale. La fede è morale. La carità è morale. La giustizia è morale. La pace è morale. La santità della famiglia è morale. La dignità della persona è morale. La dignità del lavoro è morale. Un muro non è morale.  L'articolo I missionari Usa e lo «shutdown» intorno al muro sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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