Novità dal PIME

Mondo e Missione

Tokyo e i rifugiati degli Internet café (lun, 19 feb 2018)
I nuovi poveri del Giappone negli Internet café Secondo uno studio del governo giapponese, solo a Tokyo i senzatetto che passano la notte negli Internet point sono più di 4mila: uomini, 30 anni, con un impiego regolato da contratti flessibili. I nuovi poveri del Giappone lavorano, ma non abbastanza per stare al passo della metropoli tra le più ricche al mondo   Entrano negli Internet café come se fossero degli avventori notturni di locali, pagano qualche yen per l’accesso alla connessione, si sistemano in una delle postazioni web e ci rimangono fino al mattino. Non hanno posta elettronica da consultare d’urgenza né altra necessità di girare per la rete. Semplicemente, in mancanza di una casa, gli Internet café aperti 24 ore su 24 sono diventati un’alternativa interessante che oggi è una routine per oltre quattromila persone a Tokyo. A quantificare per la prima volta questo fenomeno – noto da qualche anno grazie a uno scatto del fotogiornalista Shiho Fukada – è stato il governo metropolitano di Tokyo in uno studio realizzato in una della città più sviluppate al mondo, che però non riesce a colmare il divario tra ricchi e poveri. Una disuguaglianza che emerge dunque anche da quest’ultimo rapporto realizzato su oltre 500 cybercafè notturni tra il novembre 2016 e il gennaio successivo e svelato dalle autorità giapponesi pochi giorni fa. Tra i quindicimila che frequentano durante la settimana gli Internet point di Tokyo, i «rifugiati degli Internet cafè» sono ben 4mila. Dei clienti che hanno accettato di farsi intervistare per il sondaggio (circa trecentosessanta), il 90 per cento sono impiegati eppure circa un terzo ha spiegato di non avere una casa perché non ha un reddito sufficiente per pagarsi l’affitto. L’87 per cento di loro dichiara infatti di lavorare con posizioni part-time, impieghi temporanei oppure senza contratto regolare: il risultato è che il 47% nell’ultimo anno ha guadagnato tra i 100mila e i 150mila yen al mese (più o meno 750 e 1100 euro) e il 13 per cento anche meno. Secondo il sondaggio, infine, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di uomini dei quali la fetta più grande (il 39%) è sulla trentina. Il profilo del cyber rifugiato – della generazione dei millenials e senza posto fisso – non deve lasciar spazio a paragoni nostrani. Se infatti la crisi finanziaria del 2008 ha un suo ruolo nella formazione di questa nuova categoria di poveri, la situazione di Tokyo è un problema vecchio. Un lavoratore senza posto fisso guadagna qui in media 100mila yen ma un appartamento economico in città ne costa quasi 75mila. Inoltre, una persona senza contratto regolare per un affitto deve pagare cifre astronomiche (anche un milione di yen ossia 7mila euro) fra cauzione e commissioni d’agenzia, proprio perché non ha altri elementi di garanzia. Proprio per questo sistema, gli Internet café aperti 24 ore al giorno con le loro postazioni di un metro quadrato, bagni con doccia e distributori automatici sono diventati un rifugio a buon mercato. Per dodici ore di permanenza si pagano tra i 10 e i 18 euro e ormai – vista l’aria che tira a Tokyo – i gestori hanno anche aggiunto la possibilità di acquistare pacchetti a lungo termine per i frequentatori abituali. Alla luce dei risultati dello studio, le autorità giapponesi hanno spiegato che faranno di più per risolvere la questione e lo stesso si augura d’altronde Ren Ohnishi, presidente dell’organizzazione benefica Moyai Support Centre for Independent Living di Tokyio. «Il paradosso è che questi ragazzi non guadagnano abbastanza per ottenere un posto dove vivere, ma non hanno nemmeno i requisiti per accedere ai servizi di welfare previsti dallo Stato perché hanno un reddito. Questa è la realtà: occorre che la politica faccia una riflessione e aiuti i tanti che oggi hanno bisogno».  L'articolo Tokyo e i rifugiati degli Internet café sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Haiti: la pesca, una risorsa che non decolla (ven, 16 feb 2018)
La pesca ad Haiti sarebbe potenzialmente un’importante attività economica, ma è praticata in modo artigianale e ogni anno il Paese importa 12000 tonnellate di pesce dall’estero Con i suoi 1700 km di costa, per Haiti la pesca è potenzialmente una delle più importanti risorse economiche. La realtà è purtroppo molto diversa: con 5000 tonnellate di pesce all’anno, i pescatori haitiani contribuiscono a meno di un terzo delle richieste nazionali, e ogni anno Haiti deve importarne 12000 altre tonnellate dall’estero. Il problema non è, come in altre aree marine continentali, il sovrasfruttamento, anzi: le precarie imbarcazioni dei pescatori locali gettano le reti a poche miglia dalla costa, perché al largo non sono nemmeno in grado di arrivarci. Nella maggior parte dei casi i mezzi sono così precari che vanno a remi, o grazie a vele in plastica, e non permettono quindi di avventurarsi in mare aperto. Non sono infrequenti, soprattutto nelle piccole località sulla costa, i pescatori che utilizzano delle specie di canoe: grossi tronchi svuotati nella parte centrale. Imbarcazioni che chiaramente non permettono di trasportare grandi quantità di pescato, anche perché, una volta rientrati al porto, ci si deve confrontare con un altro problema: come conservarlo? Nel paese solo un terzo della popolazione ha accesso diretto all’elettricità; le aree rurali restano quelle peggio servite. In ogni caso l’energia elettrica non è quasi mai garantita 24 ore su 24, e solo i grandi alberghi e i ristoranti, frequentati soprattutto dai cooperanti stranieri, possono permettersi di avere dei generatori di corrente. I pescatori devono accontentarsi di acquistare grossi blocchi di ghiaccio, che durano poco, sono molto costosi e a volte difficili da reperire. Non c’è da meravigliarsi: Haiti è ancora il paese meno sviluppato del continente americano, e occupa il 163° posto nella classifica dei 188 paesi del mondo, secondo l’UNDP, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Secondo dati della Banca interamericana per lo Sviluppo (BID), nella pesca sono occupati 77mila lavoratori a tempo pieno, ma la professione è praticata quasi sempre in modo artigianale. Tra i progetti della BID c’è proprio quello di migliorare le condizioni di lavoro dei pescatori, permettendo loro di guadagnare di più, di metterli in rete, di formarli perché conoscano tecniche di pesca adeguate, costruendo infrastrutture adatte alle loro esigenze e garantendo loro sussidi perché possano migliorare il loro equipaggiamento. I pescatori vengono coinvolti nel progetto per esempio chiedendo loro di contribuire all’acquisto, a costo bassissimo, di nuove barche in vetroresina, che permettono di navigare in maggior sicurezza. A partire dal 2015 la BID ha previsto donazioni per 15 milioni di dollari in questo progetto, ma i fondi stanno arrivando con estrema lentezza, anche a causa delle difficoltà burocratiche e di organizzazione con le istituzioni locali. Impegnata in prima fila in questo campo c’è anche la cooperazione spagnola, in collaborazione con il Ministero per l’Agricoltura haitiano. Tra i suoi principali obiettivi quello di creare delle cooperative di pescatori, affinché migliorino la loro qualità di lavoro e quindi di vita. Tutti questi donatori puntano però ad una meta ancora più ambiziosa: con l’aumento della produzione e della distribuzione di prodotti nazionali, non solo verrà gradualmente meno la dipendenza dalle importazioni, ma soprattutto sarà più facile combattere la denutrizione nel Paese, in particolare nelle piccole comunità rurali. Paradossalmente, queste ottime intuizioni faticano a sovvertire le tendenze, e stanno realizzando un cambiamento lento e limitato ad alcune realtà. Come tutti i progetti di cooperazione ad Haiti, anche questo risente della mancanza di infrastrutture e, soprattutto in questo caso, di elettricità. Il cui ruolo per la pesca è davvero determinante, se si vuole evitare che il pescato, diventato più abbondante, non marcisca perché non può essere conservato.  L'articolo Haiti: la pesca, una risorsa che non decolla sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Lo scandalo della disegugalianza (mer, 14 feb 2018)
In un mondo sempre più squilibrato occorre rimettere la persona e il lavoro al centro. Per evitare traffici e grave sfruttamento e per promuovere un’“economia civile”. Parla l’economista Becchetti   Quaranta milioni di persone vittime di tratta e ridotte in condizioni di vera e propria schiavitù tra cui moltissimi minorenni. Ma anche un misero un per cento della popolazione mondiale che detiene la ricchezza del rimanente 99%. In un mondo sempre più diseguale, un minuscolo manipolo di ricchi ricchissimi vive a fianco di un numero sempre più sterminato di persone che non sono più nemmeno considerate tali, ma mera merce di scambio o strumenti di lavoro. La presentazione del rapporto 2018 di Oxfam, lo scorso gennaio in occasione del vertice di Davos, ha evidenziato nuovamente e con maggior drammaticità i paradossi di un sistema globale che crea vastissime aree non solo di povertà, ma di discriminazione, impoverimento e sfruttamento. Un mondo dove l’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato tra marzo 2016 e marzo 2017 è finito nelle tasche di una piccolissima élite di super ricchi, mentre più di metà della popolazione mondiale (3,7 miliardi di persone) non ne ha beneficiato in alcun modo. «Il mondo – sostiene il professor Leonardo Becchetti, docente di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata e autore di numerosi libri – ha potenzialità enormi di creare ricchezza, ma non sono ben sfruttate». Professor Becchetti, che cosa significa esattamente? «Significa che sistemi economici con gravi diseguaglianze al loro interno producono o crisi finanziarie o conflitti sociali. Ma il dato più impressionante, a mio avviso, è che solo l’1,5 % delle super ricchezze permetterebbe di finanziare l’accesso all’istruzione a tutti i bambini del pianeta». Non si può più parlare di squilibri Nord-Sud, sempre che questa distinzione abbia un senso… «Nord e Sud intesi in senso geografico esistevano negli anni Settanta ai tempi della Populorum Progressio. Oggi ogni Paese ha il proprio “Sud”. Pensiamo all’Italia e al fenomeno del caporalato e del grave sfruttamento lavorativo che è presente in molte parti del Paese, dove le imprese locali, per competere con quelle straniere, hanno importato precarietà e, appunto, gravi forme di sfruttamento. Inoltre, anche nei Paesi sviluppati e ad alto reddito, se il benessere non si diffonde nelle fasce medio-basse della popolazione, si creano le condizioni per il dilagare di populismi o la ricerca di soluzioni facili». Quali sono i Paesi o le aree del mondo più “diseguali”? «La Cina è un esempio. Qui esiste ancora uno zoccolo duro di lavoratori nelle campagne che sono veramente poveri e che tengono bassi i costi del lavoro. Ma anche grandi Paesi come gli Stati Uniti sono al loro interno profondamente diseguali. Quelli invece dove c’è maggiore uguaglianza sono principalmente quelli scandinavi. Molto dipende anche dal tipo di politiche che vengono decise e messe in atto, come la progressività fiscale o la creazione di reti di protezione per fasce più basse della popolazione». Dentro questo mondo così “squilibrato” si creano condizioni di sfruttamento se non di vera e propria schiavitù sempre più gravi e diffuse… «Certamente. Ma la questione veramente centrale non è nazionale ma globale. Se si vogliono cambiare le cose si devono cambiare, ad esempio, le regole del commercio internazionale. Quasi il 40% dei lavoratori nel settore tessile in Asia  ha stipendi che sono inferiori al salario minimo. E il salario minimo è un quarto di quello necessario alla sopravvivenza. Questo vuol dire anche concorrenza a basso costo e dumping sociale nei confronti dei nostri lavoratori. Una cosa che non fa bene né a loro né a noi. Occorre invertire la corsa al ribasso del costo del lavoro. E mettere al centro, oltre alla riforma del commercio internazionale, anche la sostenibilità sociale e ambientale. Se miglioriamo solo qui e non altrove, la situazione potrebbe persino peggiorare, perché le nostre aziende saranno sempre meno competitive e tenderanno a dislocare. Occorre lavorare per gli ultimi per migliorare tutti». In che modo? «Per quanto riguarda il nostro Paese, attraverso tre strumenti per creare massa critica: quello che chiamo il “voto col portafoglio” dei cittadini, sorretto da strumenti che permettono di valutare la responsabilità sociale dei prodotti; il “voto col portafoglio” dello Stato, che nelle gare d’appalto non deve scegliere l’offerta al massimo ribasso a discapito del lavoro e dell’ambiente o aziende che non pagano le tasse, ma deve privilegiare l’offerta più vantaggiosa in base a criteri sociali e ambientali; infine, la riforma dell’Iva che deve essere utilizzata come strumento che premia le filiere più sostenibili e gli standard minimi di tutela del lavoro». Lavoro e ricchezza sembrano però mondi che si allontanano… «Certo, una parte della ricchezza dipende dalla rendita. Ma il problema fondamentale è la tassazione sulla ricchezza, se vogliamo premiare il lavoro e favorire la ridistribuzione. Chi ha la ricchezza ovviamente si oppone. Ad esempio, il progetto per aumentare risorse proprie dell’Europa attraverso la digital tax e la tassa sulle transazioni finanziarie è molto difficile da realizzare. Specialmente la tassazione sulla ricchezza finanziaria è molto difficoltosa perché c’è una forte opposizione». Ma anche tra lavoro e lavoro si allarga il gap… «La produttività in Occidente è aumentata, ma i salari non sono cresciuti in proporzione. E i lavoratori hanno perso potere contrattuale. Questo è avvenuto soprattutto per i lavoratori a media e bassa qualifica. Nella competizione globale c’è una differenza molto forte tra coloro che traggono beneficio dalla globalizzazione e hanno un forte potere contrattuale e coloro che vengono risucchiati verso il basso. Questa forma di diseguaglianza si “cura” attraverso la formazione e l’istruzione. I giovani devono avere desideri che li spingano a salire la scala delle competenze e dei talenti». Recentemente le Nazioni Unite hanno enfatizzato molto anche la differenza salariale tra uomini e donne. In media una donna guadagna il 23% in meno di un uomo. Siamo ancora in un mondo fortemente segnato dalle disparità di genere? «Questo dipende da un mix di fattori innanzitutto culturali. Molti Paesi non sempre sono orientati verso la parità di genere. Ma anche laddove esiste una cultura più radicata e diffusa delle   L'articolo Lo scandalo della disegugalianza sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Suicidi, l’altra faccia della Corea olimpica (mar, 13 feb 2018)
Il Paese in festa in questi giorni per i Giochi invernali di PyeongChang è attraversato da una piaga profonda. Le statistiche parlano di tassi da record e oggi preoccupa soprattutto il fenomeno crescente dei suicidi di gruppo   La Corea del Sud che il 9 febbraio ha inaugurato i suoi Giochi olimpici invernali con una limitata partecipazione del Nord che apre a qualche spiraglio di speranza per la pace, è tutt’altro che un paese sereno nel profondo. A portarne nel modo più drammatico allo scoperto le ombre è l’elevato numero di suicidi: 25,6 per ogni 100mila abitanti un dato che è doppio di quello medio dei 34 Paesi membri dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) e che ha visto una tendenza all’aumento a partire dall’inizio degli anni Duemila. Di recente, a manifestare non solo ragioni personali e immediate, si è verificata una tendenza crescente al suicidio di gruppo, sovente propiziato dai contatti permessi da blog e social network. Per questo il governo di Seul ha deciso di intervenire per rendere i patti di morte un crimine. A sollecitare il provvedimento, annunciato il 23 gennaio, un suicidio eccellente, quello di un noto cantautore pop, Kim Jong-hyun, deceduto a 27 anni lo scorso dicembre. La sua vicenda ha aperto gli occhi su un fenomeno finora noto ma non considerato un’emergenza, che ha come vittime soprattutto gli anziani per la loro povertà o la loro condizione di solitudine o abbandono ma va estendendosi a altre aree sociali. Non saranno solo criminalizzati patti tra individui mirati a togliersi la vita o facilitare il suicidio altrui, ma anche ogni spettacolo, cartoni animati inclusi, che incoraggino l’autolesionismo. Inoltre, sarà richiesto alle aziende di includere valutazioni psicologiche negli accertamenti medici annuali per i dipendenti dai 40 ai 70 anni e alle forze armate di educare i militari alla prevenzione del suicidio. La convinzione espressa dal governo – che punta a ridurre l’incidenza di questo fenomeno a 17 suicidi ogni 100mila individui entro il 2022 – è che il 90 per cento dei casi finora registrati siano stati preceduti da indizi specifici e che il fenomeno può essere prevenuto attraverso una maggiore attenzione della popolazione verso i soggetti a rischio. Sono in molti a lanciare l’allarme-suicidi in un Paese che manca di reti di sostegno sociale, che premia produttività, giovinezza, bell’aspetto e spirito di sacrificio. Un sistema fortemente competitivo che pone un peso sovente insostenibile sui giovani, sulle donne e sugli anziani, incapaci di sostenere quanto loro richiesto oppure quanto viene loro negato. “In Corea del Sud il suicidio è ovunque”, ricorda lo scrittore Young-ha Kim, sottolineando come altri che l’attuale ruolo economico e strategico di un piccolo Paese per lungo tempo colonizzato dai potenti vicini è stato raggiunto al costo di immensi sacrifici. In modo crescente anche con una incidenza di suicidi che è la quarta causa di morte tra i 52 milioni di abitanti, con una media di 40 casi ogni giorno. Ansia e depressione ne sono le cause immediate, ma le radici sono nel profondo di una nazione divisa, nei pochi spazi individuali e sociali oltre i prolungati orari di lavoro e di studio.    L'articolo Suicidi, l’altra faccia della Corea olimpica sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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